Prodotti di un’attività intellettuale o artistica rivolti consapevolmente a nessun fine

20:15 - 12 Marzo 2008

Compensazioni

00:44 - 30 Novembre 2007

I simboli fallici vincono, c’è poco da fare.

La piazza gremita, scontro inevitabile, ma per ora solo un fremito nell’aria, tensione e respiro affannato, sudore che si rapprende efficacemente alle mura della città; caschi neri da una parte, capelli lunghi e barbe incolte dall’altra.

Il mondo sembra solo un immenso stereotipo.

Rimane fermo il tutto, qualche scricchiolio d’ossa che si sfregano, poi c’è solo l’attesa, spasmodica, e la storia si ripeterà, uguale ad ogni giorno, identica a se stessa nella propria masturbazione perpetrata dalla stupidità in persona.

Qualcuno un giorno disse che l’uomo deve produrre storia.

Qualcun altro pensò, un po’ dopo, che la storia si faccia solo così.

Che la storia si faccia a furia di stereotipi.

E i simboli fallici vincono, perché sulla piazza c’è un sacco di teste di cazzo.

Ma non sono loro i simboli fallici.

Addentrarsi tra la folla, sentir il sudore che si fa largo tra le tue narici, e pensare “chi cazzo me lo fa fare?”.

Quasi vien da pensare ad un museo delle cere, tanto sono fermi, tanto sono immobili nel loro non chiedersi cosa ci facciano lì; è tutto così raffermo, come l’Europa, quell’entità che credono di risvegliare a manganellate, a molotov.

Vetrine che aspettano solo il loro carnefice, mura pronte ad esser sgretolate, e a me le mura nemmeno piacciono così tanto.

Sono compensazioni, non c’è altro da aggiungere: la Natura toglie, l’uomo se lo prende. E poi saremmo intelligenti, sì.

Rimangono solo le parole che si dicono in una serata di discussione, dove molte cose possono esser dette e cambiate, tra due uomini, un tavolino e la birra a far da mediatore; ma le parole sono vuote, certo. Ma le parole non le puoi spaccare sulla testa di uno che non è d’accordo con te.

Di quante teste avrei bisogno, altrimenti?

Ed è il maschio, il virile, il possente a far questa fottuta storia. La fa a colpi di clacson, di pugni e acceleratore; la fa a grida, parolacce e cazzate, senza usare le parole giuste, ma tanto quelle sono solo fiato.

Quindi, vincono i simboli fallici.

Un sacco di teste di minchia, oggi, a questa nuova piazza Tienanmen; un macello di persone ferme, chi con le divise, chi con i dreadlocks affioranti dalle cespugliose tempie. Un sacco di tensione, quasi la tagli col proverbiale coltello, altro simbolo fallico che vince su tutto.

Il maschio pensa solo col pene, e non è certo una metafora sessuale questa.

Pensateci bene: manganelli, allungati, dritti e duri, potenti e grossi; molotov, esplosive e affusolate, proprio come quel coso che hai in mezzo alle gambe, o quello che non hai, dipende da chi sei.

Il fallo stravince oggigiorno, e son teste di cazzo con cazzi in mano quelli oggi in questa piazza.

Prendono forse troppo sul serio la loro piccola rivoluzione, prendono tutto di petto (o di cazzo), e sono pronti a disintegrarsi i crani a mazzate, a rompersi i denti a pugni, a violentare madre terra con l’ennesimo spargimento di sangue.

E il sangue rappreso è molto peggio del sudore.

Il sangue rappreso puzza.

Dicono che una protesi serva da compensazione, e qui sono tutti maschiacci con cazzi in mano, belli lunghi e turgidi.

L’ennesima rivoluzione fatta con il pene.

L’ennesima cazzata, in definitiva.

Caschi da una parte, rasta da quell’altra, ed io mi siedo da spettatore sulla balconata di chi ha torto, perché tutti gli altri posti sono occupati da troppo tempo, da tutta la storia, praticamente.

Rimango dell’idea che il simbolo fallico vince.

E noi perdiamo.

Rimango dell’idea che costoro hanno bisogno di compensazione o soddisfazione.

Che sia manganello o molotov, insomma, o sono impotenti, oppure sono froci.

Diluvio

Il laboratorio

10:04 - 20 Novembre 2007

“Ok, adesso passiamo alla parte finale del test. Brad, passami la fiala; tu, Mary, pronta a berla tutta d’un fiato…”

 

“Ok, sono pronta…”

 

Glu.. Glu..

 

“Come ti senti?”

“Per ora non sento nulla di strano. Anche il battito cardiaco è a posto, e non provo difficoltà a respirare. Sembra tutto ok!”

 

“Allora aspettiamo. Brad, tieni pronta l’adrenalina e il defibrillatore. Non voglio trovarmi di fronte ad una situazione di merda, come quella dell’ultima volta. E tu, Mary, per favore segnalaci ogni minima sensazione insolita”

 

“Non preoccuparti, stavolta credo che la formula possa dirsi perfetta, dopo le ultime modifiche. Io non mi preoccup…”

 

“Oddio, oddio, Mary! Braaaad, prendi immediatamente la siringa di adrenalina, e passami il defibrillatore!!”

 

“Sì, ecco la siringa, ecco il defibrillatore! Sono pronto!”

 

“Accendilo il defibrillatore, cazzo! Non comportarti da idiota, guarda, iniziano già gli spasmi! La formula è ancora da perfezionare, ma ora pensiamo a mettere Mary fuori dai guai, non possiamo perderne un’altra!”

 

“Ecco, defibrillatore acceso! Adesso procedo con l’iniezione di adrenalina! Uno, due… e tre!!”

 

“OK, ma gli spasmi continuano, e inizia anche una forte epistassi! Com’è possibile? Le stesse identiche reazioni dell’altra volta! Riflettiamo: il cloruro di potassio l’abbiamo aggiunto in misura maggiore, così da evitare lo svenimento -cazzo, Brad, tienile ferme le mani-; poi abbiamo aggiunto la soluzione di Genthal per stabilizzare i valori dell’elettroencefalogramma, che infatti è stabile, nonostante i picchi dovuti agli spasmi. E poi, infine, abbiamo aggiunto il miscuglio che dovevi preparare, quello di azoto liquido e farina di segala. L’hai fatto, vero, Brad?”

 

“… il defibrillatore si sta caricando, è quasi pronto…”

 

“Brad? Hai aggiunto la soluzione di azoto e farina di segala?”

 

“Certo che l’ho messa! Chi cazzo credi che sia? Un incompetente??”

 

“Quella faccia da tricheco colpevole mi dice già tutto: hai messo ¾ di segala e ¼ di azoto? Oppure hai fatto il contrario? Come alle prove sperimentali sulle scimmie della settimana scorsa?”

 

“…non lo so…”

 

“COME SAREBBE A DIRE CHE NON LO SAI?? Non puoi non saperlo!!”

 

“Non me lo ricordo, cazzo, ok?”

 

“Ti ricordi cos’è successo a quelle scimmie? Ti ricordi che sono esplose, vero? Ti ricordi la gente sconvolta, le budella ovunque, noi a pulirle prima del ritorno del professore? Ti ricordi, solo perché hai invertito le dosi della soluzione stabilizzante?”

 

“Sì!! Sì, me lo ricordo!!!!”

“E allora, come fai a non ricordarti la dose che hai messo ieri sera nella soluzione?”

 

“Non… Non me lo ricordo ok? Ora pensiamo a Mary, prendi il defibrill…”

 

BUM!!!!

 

“…diciamo che se mi dici dov’è ora il pezzo di Mary nel quale sta il cuore, così da farle il massaggio cardiaco, forse la rimettiamo a posto, visto che è sparsa per tutta la sala…”

 

“Cacchio…”

 

“Vabbé, dai, poco danno. Chiama la tirocinante nuova, come si chiama?”

 

“Lucy…”

 

“Ecco, chiama Lucy e dille di presentarsi al laboratorio esperimenti domattina alle 9. Stasera vedi di mettere le dosi giuste… ¾ di…”

 

“Sì, lo so, di azoto e ¼ di segale!”

 

“No, è il contrario!!! Non possiamo far secche tutte le tirocinanti!!!”

 

“Calma, amico, stavo scherzando…”

Castello di Caselette in HDR

13:51 - 14 Novembre 2007

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Questo HDR mi sta appassionando… voi che ne pensate?

Quale ordine

20:23 - 6 Novembre 2007

L’uomo col cappotto in pelle nera diceva d’essere un detective; poco cambiava, per me sono tutti sbirri senza pudore. Era lì e mi fissava, un ghigno appena accennato, quasi un sorrisetto di vittoria, vista la cattura della preda. Ma, nonostante io sentissi la sua puzza così vicina, non mi sarei lasciato andare tanto facilmente…

Lo sbirro si sbarazzò della sigaretta, solo per accenderne un’altra, come volesse gustarsi fino in fondo il suo piccolo trionfo. Ed io stavo lì, infreddolito a causa di una bava di vento che, galeotta, strisciava quatta quatta sotto la mia giacca di cotone, un po’ rovinata e sudicia dal viaggio.

Lui mi chiese i documenti, ma no, dicevo io, che ci credesse o meno, li avevo ingoiati tutti; li avevo fatti a pezzetti minuscoli e poi, brandello per brandello, li avevo masticati e mangiati. Sedici foglietti di carta: otto differenti passaporti, sei permessi di volo e due carte d’identità; se la sarebbe sudata quella fottuta vittoria, mi ripromisi.

Lui non ci credeva, e cercò di percuotermi nel tentativo di rinvenire qualche nome, numero, codice che potesse identificarmi; ma io niente.

Ero il piccolo centro silenzioso dell’aeroporto.

Lo stomaco duole… Sento conati pronti ad esplodere; ma resisto, li ingoio di nuovo.

Lo sbirro era irritato; si vedeva lontano miglia che aveva paura di non poter assaggiare completamente il trionfo; senza quei documenti io ero nessuno e, essendo nessuno, non ero imputabile di reato. Non avevo nazionalità, nome, stato civile né segni particolari. Lui mi cercava da tempo, ma io potevo essere quello sbagliato. E lui questo lo sapeva.

Fitte agli addominali; quei maledetti pezzi di carta erano troppi e troppo pesanti per non disturbare il mio apparato digestivo; ma resisto ad oltranza, ignorando l’istinto che mi dice “vomita!”.

Lo sbirro farneticava di “ordine”, di “forza”; diceva che senza il pungo di ferro, la gente è troppo padrona di se stessa e può causare soltanto danni; la gente è troppo stupida per rinunciare all’essere controllata… Potevo addirittura trovarmi abbastanza d’accordo con la sua isterica analisi, ma io non sono la gente, cazzo. Godevo della sua frustrazione, lì, nel freddo inverno tailandese, ai piedi del piper che avevo guidato fino a lì, in fuga dall’ordine e dalla forza.

Lui insisteva sul fatto che io ero la malattia; che io ero quello fuori dalle regole che doveva essere epurato; che lui era il grillo parlante dell’umanità ed io il gatto o la volpe… Forse tutt’eddue messi insieme. Insomma, secondo lo sbirro, io ero quello sbagliato e lui sarebbe dovuto essere il boia.

Aiuto; dolore lancinante alla bocca dello stomaco; lacrime sgorgano spontanee, a reazione della sofferenza che mi sta squagliando le viscere. Troppo inchiostro su quelle cartacce. Troppe cartacce sulla mia coscienza. Ma ingoio di nuovo. Sono il Crocefisso dell’aeroporto; con un chiodo piantato nella pancia.

Lo sbirro indossa mocassini neri splendenti; riflettono le luci della piccola torre di controllo. Il cappotto in pelle riluce di scintille proprie, quasi come quei giubbottini da tamarri che gli idioti fighetti indossano in discoteca. Lo sbirro, fiutando il mio arrivo e il possibile trionfo, si era tirato a lucido; aveva indossato il completo in pelle delle grandi occasioni. Ma io gli stavo rovinando la festa e, nel vederlo quasi agonizzante nella distruzione dei suoi sogni, provavo un piacere incredibile. Io sarei stato espulso dal paese e sarei stato nuovamente libero, in qualche posto dove la giurisdizione di questo stronzo non sarebbe arrivata.

Spasmo fortissimo dello stomaco; questo non riuscirò a tenerlo; questo è incontenibile… Provo a chiudere, per quanto mi è concesso, la bocca dello stomaco puntando tre dita sulla pancia e premendo, forte forte; ancora più forte… Inutile…

Rigurgitai tutte quelle cartacce maledette sul completo in pelle del mio aguzzino e sui suoi mocassini Cavalli rilucenti, rovinandogli il bell’aspetto da cane da guardia; i miei succhi gastrici erano lì, a colare sul suo cappotto, sui suoi pantaloni e sulle sue scarpe firmate…

Quale forza…

Quale ordine…

Diluvio

DeadPoetPaloz - Il moscopardo e il senso della vita

18:47 -

Atto VI: La Scimmia (Conclusione)

Nel bel mezzo di un polveroso deserto, il piccolo moscopardo si disperava, e pensava che quel viaggio era stata tutta una fatica inutile. Il mondo circostante gli aveva mostrato solo egoismo, cupidigia, menefreghismo e incertezza. Nulla avrebbe potuto deludere ulteriormente l’insettino, che aveva ormai rinunciato ad ogni insulsa speranza. Dopo un breve riposo, Gigi si mise in viaggio, deciso a tornare a casa sconfitto. Pensò che avrebbe fatto meglio a rimanere all’oscuro di tutte quelle inquietanti verità, così avrebbe vissuto felicemente senza troppi affanni. Invece la sua sete di conoscenza l’aveva portato ad una profonda confusione mentale. Inoltre, poco dopo vene a piovere a dirotto, come non aveva mai visto fino ad allora. Il moscopardo si rifugiò fra i rami di un grande albero, e attese.

D’un tratto, sopra all’insetto comparì una scimmia dall’aria simpatica, che lo salutò. Gigi non rispose, e si girò dalla parte opposta. “Cos’è che ti affanna, piccolo?”, chiese la scimmia. Gigi stette zitto per un po’, poi disse con voce strozzata: “Questo posto non fa per me. Su questo pianeta abitano solo esseri malvagi e senza rispetto per gli altri, lasciano che la gente soffra e venga emarginata, come è successo a me. Penso proprio che questa vita non abbia alcun significato. Ora lasciami in pace.”.

La scimmia rimase perplessa, ma era decisa ad aiutare il moscopardo. E disse: “Sinceramente, io non so se la vita abbia realmente un senso così netto, come quello che stai cercando tu: non so se qualcuno ha qualche progetto in mente per far sì che tutto questo andirivieni porti a qualcosa di concreto. E poi è vero: ogni essere pensa solo al proprio interesse personale, non capisce chi lo circonda, o peggio lo evita. Sì, è un mondo piuttosto difficile. Eppure io sono ancora capace di amare la vita. Per il semplice fatto che la possiedo. Nulla è più importante della tua vita, l’unica cosa che realmente puoi considerare TUA. Sta poi a te decidere come svilupparla, per crearti un futuro. Segui il mio consiglio: non cercare di dare un significato all’esistenza, pensa soltanto a viverla al meglio. Allora sarai realmente felice.”.

Un piccolo sorriso apparve sul volto del moscopardo, che lentamente si alzò e riprese il volo.

La pioggia era terminata.

Sole e Montagne

00:20 -

Scusatemi per la mia assenza ma ho avuto molto da fare in questo periodo…

Sun & Mountain

The Show

16:12 - 31 Ottobre 2007

Le gocce di sudore corrono lungo la mia schiena, come rincorrendosi per vedere quale tra loro è più veloce a toccarmi la stringa delle mutande. Fa anche un po’ di solletico, a dire il vero; ma non posso mettermi selvaggiamente a grattare di fronte a tutti i tecnici presenti qui, dietro le quinte.

Tra poco arriverà il mio momento; salirò sul palco per la grande prima nazionale del mio spettacolo, e lì, davanti a più di tremila persone(senza contare il milione che guarda da casa), lo farò! Ormai sono assolutamente deciso e determinato nel portare a termine il mio compito, la mia missione, il mio martirio!

Io altro non dovrei essere che un attorucolo dato in pasto al grande pubblico; per anni ed anni non ho fatto altro che presentarmi di fronte a persone che si aspettavano da me questo o quello; per molto tempo non sono stato altro che il malleabile pezzo d’argilla nelle mani della bestia più crudele che esista: la gente. La gente ti distrugge se non ne assecondi le aspettative, se non ne esaudisci i desideri; la gente ti esalta un giorno per una buona interpretazione tragicomica del Re Lear, ma il giorno dopo ti demolisce se sgarri su una drammatica pantomima dell’Enrico IV…

Questo è il mondo dello spettacolo, soprattutto quello teatrale, ma anche quello da cabaret: altro non è che un nuovo Colosseo, nel quale l’attore è dato in pasto alla folla. E la folla vuole la sua morte oppure la sua divinizzazione; non c’è via di mezzo. O bianco o nero; o vivo o morto.

Il mio agente mi sta sussurrando all’orecchio le ultime disposizioni tecniche riguardanti l’esibizione, sul come e quando entrare in scena, sul come lanciare sguardi in ogni direzione verso il pubblico, evitando di fissare un solo punto in particolare; di come valorizzare ogni singolo aguzzino…ehm, volevo dire “spettatore”. I paganti vogliono me; e se non mi dovessero avere come loro desiderano, vorranno il sangue. Il loro appetito è grande e violento.

Io sono lo stomaco in preda agli spasmi della classe “attori”.

Io sono un agnello al macello.

Almeno così sono di consueto.

Oggi: no!

Mentre l’agente mi parla, le sue parole mi sfuggono senza significato, distratto dal mio progetto e dall’insopportabile tanfo di colonia esagerata che si è spruzzato diretto-pelle sul collo; le sillabe scivolano nella mia mente senza essere comprese; così come la mia mano scivola nella tasca dei miei pantaloni, per assicurarmi che la pistola sia lì; un calibro piccolo, ma sufficiente a portare a termine la mia missione, il mio martirio. E, fredda ma pesante, la trovo lì, ad aspettarmi.

Oggi: no!

Non reciterò la mia parte, quella che tutti si aspettano! Oggi stupirò il pubblico, darò loro ciò che vogliono, senza censure, in diretta nazionale; oggi è il giorno della mia prima in TV.

Oggi sono io il leone.

Esco sul palco, sorridente e salutando, al richiamo dello speaker che grida il mio nome dall’altoparlante. E lì inizio a fare ciò che la gente si aspetta da me: porto avanti il mio monologo ironico senza che nessuno sospetti quel che ho in progetto; per cinque minuti il pubblico si diverte, ride, si immedesima nella mia interpretazione; in definitiva, si lascia intrattenere.

La mia mano scivola nella tasca ed estraggo il revolver dai pantaloni; il pubblico ride ancora, pensando che ciò sia parte del mio monologo; e, in effetti, lo è. Ma al solo pensiero della faccia del mio agente al vedere quel gingillo tra le mie mani, mi vien da sorridere, o forse da piangere; non riesco a capire.

Quando mi punto la pistola alla testa, il pubblico continua a ridere; non sono più il vostro pezzo d’argilla, stronzi! Non più un burattino, ma una meteora non prevista sul palinsesto del venerdì sera, in fascia non protetta.

Un ultimo sguardo panoramico alla platea, solo per vedere come tutti stiano ridendo ed attendendo; ma non si aspettano quel che sto per fare. Ma forse lo vogliono…

“Se Gesù fosse morto in solitudine in una stanza del Tempio, senza nessuno a vederne la sofferenza, oggi non sarebbe il Salvatore” mi trovo a pensare.

Il pubblico ride ed attende.

Sto per dare loro il mio ultimo spettacolo prima di divenire martire; loro ridono. Sento il mio agente che grida qualcosa, ma non riesco a discernere le parole. Troppo tardi, non potrai allontanare da me questo calice.

Il legno del palco si fa molle sotto i piedi; la sala si ovatta ai miei occhi e le risate spariscono; tutto questo è a causa dello sbalzo d’adrenalina; mi sento bene…

Il pubblico ride…

Io premo il grilletto.

Le cervella sul palco; sangue ovunque.

Il pubblico non ride più.

Il pubblico urla; qualcuno piange.

Hanno avuto ciò che volevano…

Diluvio

DeadPoetPaloz - Il moscopardo e il senso della vita

17:26 - 28 Ottobre 2007

Atto V: Il Panda

Ridendo (poco) e scherzando (tantomeno), il decimo giorno di viaggio il moscopardo raggiunse l’Asia, il vastissimo continente orientale. Gigi non aveva mai visto quella terra misteriosa (come del resto non ne aveva vista nessun’altra). Beh insomma, arrivò in una regione non ben definita, dove incontrò un animale molto curioso: il panda. Il gigante bicolore stava aggrappato ad un ramo di bambù, annusandolo. Gigi lo salutò, e il quadrupede si voltò con aria un po’ scocciata, come fosse stata interrotta un’attività di vitale importanza.

L’insetto cercò di introdurre il discorso con frasi generiche del tipo: “Come si sta da queste parti?”. Il panda disse: “Insomma sì diciamo che ecco è un bel posto d’accordo però sai cos’è il fatto è che con gli ecologisti che aspettano che tu abbia rapporti con un’altra ecco sì non è che uno poi cioè diciamo sì si sta bene ma si potrebbe anche star meglio”. Il moscopardo fu sepolto da questa valanga di parole, senza traccia di una sola virgola o puntini di sospensione. Poi decise di andare al sodo, e recitò la frase ormai di rito: “Secondo te, qual è il senso della vita?”.

Il panda riattaccò: “Guarda sta tutto in quello che credi cioè dipende da come tu vivi il tuo lato spirituale come ti metti in contatto con le entità superiori tipo quando fai meditazione ecco cioè ti senti confortato perché senti che qualcuno da lassù ti sta vicino”. Intanto il moscopardo stava pensando che quella canna di bambù il panda se la fosse fumata, ma decise che avrebbe ascoltato quello che aveva da dire l’orso in bianco e nero. Intanto quest’ultimo aveva fatto una breve pausa (per la prima volta), e riprese:

“Vedi nessuno può accettare di farcela da solo a questo mondo abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci ami che non ci abbandoni mai e questo puoi trovarlo solo nelle grandi divinità del cielo”. Il panda diceva cose piuttosto incomprensibili per l’insettino, ma egli vedeva che l’orso era molto convinto di quello che affermava, perciò si ritenne soddisfatto. Poi chiese: “Ma tu hai mai incontrato queste divinità?”. Il panda si fermò di colpo e assunse un’aria di riflessione, poi disse: “Beh vedi un approccio diretto proprio no cioè i miei genitori mi hanno insegnato la religione ma io non ho mai raggiunto uno stato di pace forse non mi sono impegnato abbastanza ma… forse, in fondo… (il panda cominciò a parlare in modo più distinto) sì, forse… forse gli dèi non esistono nemmeno! Ma come ho fatto a non pensarci prima? Voglio dire, se non si sono mai manifestati, allora significa che non ci sono, e se ci sono ci odiano! Perché c’è tutto questo dolore al mondo? Sì, di sicuro non c’è nessun dio che possa voler bene all’uomo!”.

Inaspettatamente, Gigi si mise a piangere e volò via in un istante. Il panda ammise fra sé di essere stato parecchio radicale nel suo discorso, e capì che aveva cambiato il suo pensiero in pochi attimi, ma più che triste si sentì nervoso e preso in giro da un falso mito, che poco prima avrebbe chiamato “Dio”.

DeadPoetPaloz - Il moscopardo e il senso della vita

15:25 -

Atto IV: Il Piccione

Il settimo giorno di viaggio il piccolo Gigi si trovò faccia a faccia con un piccione. Il pennuto era appollaiato a un cornicione, e guardava i passanti compiaciuto. Il moscopardo, avvicinatosi al volatile, gli chiese: “Secondo te, qual è il senso della vita?”.

Il piccione rispose: “Li vedi quei tizi lugubri, col volto ombroso e le sopracciglia aggrottate? Sono gente strana; sempre indaffarati, corrono a destra e a sinistra, sudando all’inverosimile. Raggiunto il loro luogo di lavoro, si rinchiudono in un ufficio angusto e ci restano delle ore ininterrottamente. Tornano a casa, mangiano e vanno a letto. Ti sembra che tutto questo abbia una logica? Dimmi, ti sembra?”. L’insetto assunse un volto interrogativo.

L’uccello proseguì: “Te lo dico io, tutto questo non ha senso. Io riesco a sopravvivere con poche briciole, mentre loro vogliono avere il mondo intero. E sai che faccio io? Io gli cago in testa! Io imbianco le zucche pelate degli impiegati, insozzo le strade di luride feci e attacco malattie a chi osa avvicinarsi. E lo sai perché?”. “No”, disse Gigi.

“Perché questo mondo è una gigantesca e putrida MERDA! Ecco perché! Dobbiamo tutti fare qualcosa per vivere meglio, per avere amici, per sentirsi importanti per altre persone. Ma la maggior parte delle volte la gente se ne frega, di te e dei tuoi sentimenti. Questo mondo non merita di esistere. Se potessi, mi farei fuori e non mi prenderei pena di pensare a tutto questo.”

Nonostante la scarsa intelligenza del piccione, il moscopardo condivideva in parte i suoi pensieri, e ne fu impressionato. Stava già andando via, ma Gigi gli chiese: “Ma se davvero vuoi morire, perché non ti sei ancora ucciso?”.

Il piccione non rispose. In realtà aveva molta paura della morte, ma non ebbe il coraggio di ammetterlo.

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