I simboli fallici vincono, c’è poco da fare.
La piazza gremita, scontro inevitabile, ma per ora solo un fremito nell’aria, tensione e respiro affannato, sudore che si rapprende efficacemente alle mura della città; caschi neri da una parte, capelli lunghi e barbe incolte dall’altra.
Il mondo sembra solo un immenso stereotipo.
Rimane fermo il tutto, qualche scricchiolio d’ossa che si sfregano, poi c’è solo l’attesa, spasmodica, e la storia si ripeterà, uguale ad ogni giorno, identica a se stessa nella propria masturbazione perpetrata dalla stupidità in persona.
Qualcuno un giorno disse che l’uomo deve produrre storia.
Qualcun altro pensò, un po’ dopo, che la storia si faccia solo così.
Che la storia si faccia a furia di stereotipi.
E i simboli fallici vincono, perché sulla piazza c’è un sacco di teste di cazzo.
Ma non sono loro i simboli fallici.
Addentrarsi tra la folla, sentir il sudore che si fa largo tra le tue narici, e pensare “chi cazzo me lo fa fare?”.
Quasi vien da pensare ad un museo delle cere, tanto sono fermi, tanto sono immobili nel loro non chiedersi cosa ci facciano lì; è tutto così raffermo, come l’Europa, quell’entità che credono di risvegliare a manganellate, a molotov.
Vetrine che aspettano solo il loro carnefice, mura pronte ad esser sgretolate, e a me le mura nemmeno piacciono così tanto.
Sono compensazioni, non c’è altro da aggiungere: la Natura toglie, l’uomo se lo prende. E poi saremmo intelligenti, sì.
Rimangono solo le parole che si dicono in una serata di discussione, dove molte cose possono esser dette e cambiate, tra due uomini, un tavolino e la birra a far da mediatore; ma le parole sono vuote, certo. Ma le parole non le puoi spaccare sulla testa di uno che non è d’accordo con te.
Di quante teste avrei bisogno, altrimenti?
Ed è il maschio, il virile, il possente a far questa fottuta storia. La fa a colpi di clacson, di pugni e acceleratore; la fa a grida, parolacce e cazzate, senza usare le parole giuste, ma tanto quelle sono solo fiato.
Quindi, vincono i simboli fallici.
Un sacco di teste di minchia, oggi, a questa nuova piazza Tienanmen; un macello di persone ferme, chi con le divise, chi con i dreadlocks affioranti dalle cespugliose tempie. Un sacco di tensione, quasi la tagli col proverbiale coltello, altro simbolo fallico che vince su tutto.
Il maschio pensa solo col pene, e non è certo una metafora sessuale questa.
Pensateci bene: manganelli, allungati, dritti e duri, potenti e grossi; molotov, esplosive e affusolate, proprio come quel coso che hai in mezzo alle gambe, o quello che non hai, dipende da chi sei.
Il fallo stravince oggigiorno, e son teste di cazzo con cazzi in mano quelli oggi in questa piazza.
Prendono forse troppo sul serio la loro piccola rivoluzione, prendono tutto di petto (o di cazzo), e sono pronti a disintegrarsi i crani a mazzate, a rompersi i denti a pugni, a violentare madre terra con l’ennesimo spargimento di sangue.
E il sangue rappreso è molto peggio del sudore.
Il sangue rappreso puzza.
Dicono che una protesi serva da compensazione, e qui sono tutti maschiacci con cazzi in mano, belli lunghi e turgidi.
L’ennesima rivoluzione fatta con il pene.
L’ennesima cazzata, in definitiva.
Caschi da una parte, rasta da quell’altra, ed io mi siedo da spettatore sulla balconata di chi ha torto, perché tutti gli altri posti sono occupati da troppo tempo, da tutta la storia, praticamente.
Rimango dell’idea che il simbolo fallico vince.
E noi perdiamo.
Rimango dell’idea che costoro hanno bisogno di compensazione o soddisfazione.
Che sia manganello o molotov, insomma, o sono impotenti, oppure sono froci.

